Gennaro Quarta Colosso

Il fondatore del Centro diagnostico raccontava spesso che, per andare da Racale a Porto Cesareo con la sua fiammante auto Isotta Fraschini, forava in media diciassette volte. Un'epoca pionieristica per i trasporti...  ci ha lasciati quindici anni dopo lo sbarco sulla Luna.

La parabola del dott. Gennaro Quarta Colosso, secondo di sei figli distribuiti in un arco di 23 anni, inizia il 2 settembre del 1913 a Racale (Le).

Frequenta le prime scuole al collegio Argento di Lecce; poi, in linea col suo carattere controcorrente, sceglie il Liceo scientifico,  in un momento di classicismo imperante. Lo frequentato a Taranto dove si avvicina anche con entusiasmo al rugby.

Poi l’Università a Napoli, Medicina e Chirurgia.

Nel 1938, da studente, la chiamata alle armi, Bologna, VI reggimento bersaglieri, corso allievi ufficiali a Pola. L’Italia entra in guerra e l’anno dopo parte per il fronte jugoslavo. Tante fotografie e pochi racconti di questo periodo, il ricordo di un vitello trovato fra le macerie, manna dal cielo per la fame imperversante, e il compito che ebbe, come ufficiale, di abbatterlo con un colpo fra gli occhi. Occhi miti rimasti vivi dopo decenni a rinnovare il dispiacere di quell’atto. Poi una grande cena a base di gatti, prelibata oltre ogni ritrosia. E i piccoli slavi capaci di imparare l’italiano in dieci giorni di frequentazione della truppa. Il VI bersaglieri parte per la campagna di Russia e il padre lo richiama, terzo figlio in armi, sottraendolo al massacro.

A Bari riprende gli studi e si laurea nel 1942, poco dopo la morte del padre, presso l’Università “Benito Mussolini”.

Torna sotto le armi e con il suo battaglione bersaglieri viene inviato in Calabria a contrastare l’avanzata degli Alleati. E la madre, vedova da poco, che manda l’autista di famiglia, in bicicletta, a Gioia Tauro, a cercare sue notizie. Gli Americani sfondano le difese (1943) e i bersaglieri si ritirano in disordine verso Bologna. L’8 settembre viene sorpreso a Roma, già dichiarata “città aperta”, e si rifugia in casa della sorella Rosa, da poco sposa. Sono nove mesi di paura, fra le retate dei Tedeschi con le continue esecuzioni, nascosto in un armadio da dove esce solo di notte. Prova ad attraversare le linee tedesche fingendosi venditore di panini ma, mentre è sul treno per Ostia, viene a sapere di un posto di blocco e torna indietro. Dalla Radio Vaticana a Racale la madre ascolta il messaggio: “Rosa e Bebé con Gennara annunciano la nascita di Eugenio” e gioisce del figlio vivo e del neonato nipote.

Il 4 giugno del 1945 Roma è libera. Ritorno a casa e immediata ripartenza per la capitale per la specialità, brevemente interrotta dal matrimonio con Ornella.

A soli cinquanta anni dalla scoperta dei raggi X la scelta della radiologia come professione provoca qualche reazione di sorpresa, ma la strada è segnata.

E viene finalmente il momento del ritorno definitivo, e l’apertura nel 1950 del primo studio radiologico a Racale, con un apparecchio General Electric comprato a Napoli, Un “residuato bellico” ancora imballato, pesante 840 kg e pagato 840.000 lire: "mille lire al chilo" - ricordava con un sorriso. Va male a Racale, va ancora peggio a Casarano, nuova sede sotto il palazzo Capozza. Ma la madre insiste, non lo vuole lontano. Si addiviene ad un compromesso: affidare a Padre Pio la soluzione dell’enigma. La lettera di risposta aliena però le simpatie della mamma per il Santo: “Che vadano a Lecce ché il Signore benedirà loro e la loro famiglia”.

A Lecce comincia un’altra vita, fondata su un’attività professionale sempre più intensa. Si inizia con la responsabilità del servizio di radiologia della clinica “De Franchis”, diretta dal prof. Palma, primario chirurgo dell’ospedale cittadino. Poi l’incarico presso l’Ospedale di Nardò, allora al monastero di Sant’Antonio, con successiva nomina primariale e trasferimento alla nuova sede. Poi ancora incarichi presso gli ambulatori INAM di Casarano e Galatina.

Nel frattempo va avanti un’attività “di avanguardia” presso l’OPIS, Ospedale psichiatrico, con pubblicazioni sulle prime angiografie cerebrali e sulle complicanze dell’elettroshock-terapia, tecnica foriera di deluse aspettative. E fra i “pazzi tranquilli”, inseriti nella vita dell’ospedale con vari incarichi, c’è il posteggiatore. Questi un giorno costruisce un groviglio di fili metallici, frammenti di vetro e chiodi, e lo ingoia attaccando da una parte una mollica di pane, dall’altra un filo che sarebbe servito per recuperare l’attrezzo, trasportatore del pane. Naturalmente finisce sul tavolo operatorio.

Si arriva all’inaugurazione dello studio leccese, costato la vendita di un uliveto e costruito in quella che allora è piena campagna, là dove fino a poco prima si coltivavano verdure: così era la zona mezzo secolo fa.

Non ci sono ancora i limiti imposti dalla legge e chi vuole lavorare molto, lavora. E lui comincia alle 7:30 del mattino a Nardò e finisce alle 20:00 a Lecce, avendo girato ogni giorno mezza provincia. Rimane libero il week-end, metà sabato e la domenica, dedicato per quanto è possibile agli hobby: caccia, pesca e bridge.

Cresce la famiglia, quattro figli, di cui tre medici radiologi. Passano gli anni fra l’affetto dei familiari e quello dei pazienti. Arrivano i nipoti e lui se ne va, tradito dai suoi raggi, per una macchia della pelle troppo sottovalutata. Lo segue dopo poco Ornella, compagna infinita della sua vita.

Una vita intensa nata con il rombo di una guerra, segnata da un’altra, nella morte e rinascita di una nazione nella quale l’onestà era ancora un punto di merito.

E quell’onestà e il rimpianto di chi lo ha conosciuto sono la sua più grande eredità.

 

(il ricordo del dott. Gennaro Quarta Colosso è del figlio Piero, attuale Direttore sanitario del Centro)

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